Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. Il Venezuela non è più soltanto il Paese con le maggiori riserve petrolifere accertate del mondo.

Per l’Amministrazione Trump deve diventare anche una fonte di oro, ferro, bauxite, nichel e altri minerali essenziali per l’industria, l’elettronica e la difesa statunitensi.
La differenza non è secondaria: il petrolio alimenta l’economia presente, mentre i minerali strategici servono a costruire le tecnologie e gli apparati militari del futuro.
Secondo Reuters, funzionari statunitensi hanno avviato colloqui con imprese minerarie per valutare investimenti in Venezuela.

La Casa Bianca starebbe inoltre considerando un decreto presidenziale dedicato alle risorse essenziali, anche se un suo rappresentante sostiene che la legislazione vigente sarebbe già sufficiente.

L’iniziativa segue la cattura di Nicolás Maduro nell’operazione militare statunitense di gennaio e la crescente collaborazione instaurata tra Washington e la presidente ad interim Delcy Rodríguez. Reuters
Le sanzioni diventano concessioni selettive
La novità più interessante non è la revoca delle sanzioni, ma la loro trasformazione.
Washington non sta rinunciando al proprio apparato coercitivo: lo sta convertendo in un sistema di autorizzazioni selettive attraverso il quale decide quali imprese possano entrare in Venezuela, quali operazioni siano ammesse e quali concorrenti debbano restarne esclusi.
A marzo, il Dipartimento del Tesoro ha autorizzato alcune operazioni riguardanti l’oro venezuelano e la società statale Minerven.
Successivamente ha consentito la fornitura di determinati beni e servizi destinati alle attività minerarie e la negoziazione di contratti condizionati per futuri investimenti.
Le autorizzazioni escludono però operazioni con soggetti collegati a Cina, Russia, Iran, Cuba e Corea del Nord. In altre parole, l’apertura del Venezuela non è universale: è organizzata secondo le priorità strategiche degli Stati Uniti.
La nuova legge mineraria approvata da Caracas permette a società private e straniere di sfruttare oro e minerali strategici mediante concessioni fino a trent’anni, prorogabili.
Lo Stato conserva formalmente la proprietà del sottosuolo e può applicare un canone fino al 13% del valore della produzione.
Ma i contratti favoriti da Washington dovranno essere inseriti in una cornice giuridica e finanziaria fortemente condizionata dagli Stati Uniti. La sovranità resta scritta nella legge venezuelana; il potere concreto passa sempre più attraverso licenze, capitali, tecnologie e circuiti finanziari controllati altrove.
Un tesoro ancora da misurare
Rimane però un piccolo inconveniente: nessuno conosce con precisione l’effettiva ricchezza mineraria venezuelana.
Un rapporto governativo del 2018 stimava 644 tonnellate d’oro, quasi 15 miliardi di tonnellate di minerale di ferro, oltre 321 milioni di tonnellate di bauxite e importanti giacimenti di nichel.
Ma lo stesso documento utilizzava in maniera confusa i concetti di riserva e risorsa, senza chiarire quale parte fosse tecnicamente ed economicamente estraibile.
Le informazioni geologiche sono in larga misura obsolete.
Le infrastrutture ferroviarie, stradali ed energetiche sono insufficienti, gli impianti necessitano di riparazioni e le precedenti nazionalizzazioni hanno lasciato un’eredità di contenziosi miliardari.
Il Venezuela possiede certamente oro, ferro, bauxite, nichel e coltan; molto meno sicura è invece la disponibilità di grandi quantità di terre rare, spesso evocate con entusiasmo perché indispensabili alle tecnologie avanzate.
Nel breve periodo, il settore più facilmente riattivabile è quello dell’oro, che richiede tempi inferiori rispetto alla costruzione di grandi miniere industriali. Nel medio periodo saranno però necessari nuovi rilevamenti geologici, centrali elettriche, strade, impianti di lavorazione e sistemi di trasporto.
Gli investimenti potrebbero risultare persino superiori a quelli necessari per rilanciare il petrolio.
L’annuncio politico, insomma, è gratuito; estrarre minerali in condizioni accettabili sarà molto più costoso.
L’Arco dell’Orinoco, dove lo Stato deve ancora arrivare
Il principale ostacolo non si trova nei palazzi di Caracas o negli uffici del Tesoro statunitense, ma nell’Arco minerario dell’Orinoco.
In parte di questa vasta regione, vicina alle frontiere con Guyana e Brasile, operano gruppi armati, organizzazioni criminali, reti di contrabbando e strutture minerarie illegali.
Prima di promettere sicurezza agli investitori stranieri, il governo venezuelano dovrà dimostrare di controllare realmente il territorio.
Dal punto di vista strategico-militare, questo potrebbe aprire una nuova fase di cooperazione tra Caracas e Washington: scambio di informazioni, sorveglianza delle zone minerarie, controllo delle frontiere, protezione delle infrastrutture e possibile impiego di società private di sicurezza.
Sarebbe una penetrazione meno spettacolare di un intervento armato, ma forse più duratura.
Chi protegge le miniere, controlla le vie di trasporto e certifica l’origine dei minerali finisce infatti per esercitare una parte sostanziale della sovranità economica.
Una militarizzazione eccessiva potrebbe inoltre alimentare tensioni con le popolazioni indigene, aggravare la distruzione ambientale e spostare i gruppi illegali verso Brasile e Guyana.
La bonifica del settore minerario potrebbe così diventare, contemporaneamente, un’operazione economica, di sicurezza interna e di controllo delle frontiere.
La dottrina Monroe entra in miniera
L’obiettivo statunitense appare evidente: ridurre la dipendenza dalle catene di approvvigionamento dominate dalla Cina e ricondurre le risorse dell’America Latina entro una sfera economica controllata da Washington.
Non si tratta semplicemente di libero mercato, ma di un mercantilismo strategico nel quale accesso alle risorse, sicurezza nazionale e rivalità con Pechino coincidono.
Per Caracas esistono due scenari. Nel migliore, i capitali stranieri ricostruiscono infrastrutture, aumentano le esportazioni e generano entrate fiscali e occupazione.
Nel peggiore, il Venezuela sostituisce una dipendenza con un’altra, cedendo il controllo effettivo delle proprie risorse in cambio della normalizzazione politica e dell’accesso ai circuiti finanziari occidentali.
Dopo aver contribuito a prendere il controllo del petrolio venezuelano, Washington si prepara dunque a scendere nel sottosuolo.
Il vero interrogativo non è se il Venezuela possieda un tesoro minerario, ma chi stabilirà il prezzo, controllerà i contratti e deciderà a quali potenze sarà consentito avvicinarsi.
Perché le risorse appartengono formalmente agli Stati; il potere appartiene quasi sempre a chi dispone dei capitali, della tecnologia e delle autorizzazioni per estrarle.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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